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TROPPA GRAZIA: film di dubbi indissolubili

20/12/2018

Lucia è una geometra che vive un momento affettivo e lavorativo complesso. Decide di non convivere più col proprio compagno Arturo nella casa dove c’è anche la figlia di lei adolescente, avuta in giovanissima età.

La donna riceve un incarico da un amico imprenditore, Paolo, per fare delle rilevazioni su dei terreni dove verrà costruito un complesso residenziale. Un giorno incontra una giovane che scambia per una profuga bisognosa: si tratta della Madonna che si manifesta solo a lei …..

Il tono surreale di Gianni Zanasi, marchio di fabbrica già dominante nei precedenti Non pensarci (2007) e La felicità è un sistema complesso (2015), è qui evidente e accentuato sia attraverso il modo di raccontare, che grazie agli attori scelti per dar vita a questo racconto. Una su tutti: una ispirata, spiritosa e ironica Alba Rohrwacher nei panni della protagonista, una donna che si trova in pieno caos affettivo, genitoriale e lavorativo. Inoltre Teco Celio che impersona il padre, Giulio, musicista jazz che vive isolato in campagna in mezzo ai cimeli della sua carriera passata, e Giuseppe Battiston, l’amico Paolo, imprenditore spregiudicato e penoso nell’insinuarsi tra le maglie burocratiche usando l’arte del sotterfugio. Chiamando Lucia a fare le rilevazioni per poter presentare e concretizzare il progetto de L’Onda, Paolo crede di aver chiamato una donna facile da raggirare e che facilmente chiuderebbe entrambi gli occhi di fronte a misure catastali che non coincidono con la realtà e che lei dovrebbe avallare. In mezzo a tutto questo, oltre alla separazione conflittuale da Arturo (un Elio Germano bravo nel dar corpo e anima ad un uomo praticamente disperato in quanto abbandonato, ma concreto e generoso) compagno da tempo di Lucia, ci si mette…..la Madonna!

Niente paura, non ci sono miracoli in vista (come non andare con la memoria alla recente serie tv Il Miracolo di Niccolò Ammaniti, nella quale una Madonna di ceramica piange sangue e la stessa Rohrwacher interpreta la biologa presa da dubbi e in attesa di segnali mistici?). Da spettatori ed esseri umani, però, esattamente come Lucia, cominciamo a dubitare, a porci domande, a metterci nei panni di…

Cosa faremmo se capitasse a noi, nella nostra vita reale? Si chiede il regista e sceneggiatore Zanasi prima di cominciare a girare il film, fermo alla prima idea-germe che già lo fa ridere; e nelle note di regia lo spiega molto bene:

<<Penso che nessuno sappia veramente perché nasce una storia. Alla fine credo sia giusto così. Forse non c’è un perché, forse c’è soltanto un come.

Nell’attimo di quella risata si sono toccati degli estremi. Il sentimento improvviso e fuori luogo del Mistero, e la nostra vita che lo sfiora in modo anche banale: il mistero immobile e potente da una parte, e il “giorno per giorno” friabile e confuso dall’altra. Le domande profonde che sentiamo, le risposte scomposte e improvvisate che diamo e ancora di più quelle che evitiamo. La verità e la menzogna.

Troppa grazia si è presentato da subito come un film di estremi che si toccano e si scontrano. Ma lì per lì ero confuso, non riuscivo a capire come mai proprio io dovessi fare un film con la Madonna. Alla fine mi sono appuntato l’immagine, ho pensato che fosse bella e folle e sono passato ad altro.

Solo qualche anno dopo, sempre all’improvviso e senza un perché, sono ritornate le voci della Madonna che chiede «Sei andata dagli uomini?» e di Lucia che le risponde ansiosa «Senti io non vado dagli uomini, questo è un problema tuo, lo capisci?». E di nuovo mi sono messo a ridere. Ho cominciato a scrivere il film. […] A fare la differenza è stato che in poco tempo ero già cotto di Lucia, coinvolto con lei in un rapporto completamente empatico. Come fai a non voler bene a una che alla Madonna risponde «Ti ho già detto di no! Ma cosa fai, insisti come i bambini?». Mettendomi nei suoi panni mi sono chiesto: e se succedesse a me? Ma non in un film, proprio nella mia vita: io come reagirei? Queste domande hanno annullato ogni distanza tra me e lei ed è stato questo che, tra tante possibilità, ha portato alla fine il film a trovarne una sola. Come penso debba essere.

Questo non è, evidentemente, un film di tema religioso. Perché non è un film sulla capacità di credere in Dio oppure no. Ma è sulla capacità di Credere Ancora, nonostante il nostro non essere più bambini. Di sentire, di immaginare. La Madonna del film non è quella del racconto religioso, ma la “Madonna di Lucia”, semplicemente. L’espressione schizofrenica di quella capacità di credere che è propria dell’infanzia, che Lucia ha soffocato per tanto tempo e che torna da lei giustamente molto arrabbiata, per impedirle di disfarsi completamente della sua parte vivente>>.

La Madonna (espressiva e semplicemente bella Hadas Yaron) chiede solo una cosa a Lucia e lei, una volta che ha superato quelle che crede siano allucinazioni, comincia a credere in qualcosa di diverso, ad ascoltarla.

E succederà tanto. Tutto. 

Splendida fotografia di Vladan Radovic di un film che nella parte centrale sembra sfilacciarsi, ma in realtà è il suo procedere senza meta a significare e a dare un senso, non dove e come va a finire. Lucia sconvolge chi sta attorno a lei ed è sconvolta lei stessa. Lo sguardo di Lucia/Alba è emblematico e Zanasi se ne prende cura nel modo giusto riprendendolo da miriadi di distanze e angolazioni.

Troppa grazia è stato premiato a Cannes 2018 nella Quinzaine des Réalisateurs col Premio Label Europa Cinema.

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RESTA CON ME….storia di sopravvivenza

24/09/2018

Dal 29 Agosto è in sala questa storia, vera, nella quale amore e dolore si intrecciano indissolubilmente.

Tami e Richard si conoscono a Tahiti e si innamorano. Li unisce la passione per il mare e per la navigazione. Entrambi esperti skipper accettano di portare una barca, la Hazana, fino a San Diego per conto di amici. L’avventura nell’oceano sarà incredibilmente emozionante, ma tutt’altro che esaltante.

T: “Com’è navigare là fuori sempre solo?”

R: “Triste. Freddo. Bruttissimo.”

T: “Dai. Davvero?”

R: “Si’ davvero. Voglio dire….ti scotti, non riesci a dormire, o soffri il mal di mare. Di solito tutti e tre insieme, e….sei sempre affamato. Sempre bagnato. E dopo qualche giorno arrivano le allucinazioni.”

T: “Presumo non quelle belle, vero?”

R: “Magari.”

T: “Se non ti piace…..perché lo fai?”

R: “Perché è una sensazione…..una sensazione che non so descrivere. E’ intensa. L’orizzonte infinito. Dopo qualche giorno mi sento rinato. Alla fine sei solo tu…il vento e il suono della barca che attraversa l’oceano.”

Appena conosciuti, a cena sulla Mayaluga, costruita da Richard stesso anni prima, sul punto di innamorarsi, Tami va alla scoperta della passione profonda che lega quest’uomo al mare; e vede oltre le sue parole e nei suoi occhi quanto infinita ed intensa essa sia. Proprio come l’oceano che qualche settimana dopo i due giovani si appresteranno a solcare sulla Hazana per settimane, con l’obiettivo di raggiungere la costa di San Diego, rispondendo alla richiesta di due amici dietro pagamento di denaro.

Adrift vuol dire alla deriva ed è il titolo del libro edito in America nel 1998 (il libro era inizialmente intitolato Red sky in mourning: a true story of loveloss and survival at sea) che ispira i due gemelli sceneggiatori Aaron e Jordan Kandell per trarne l’idea per un film. Il romanzo è scritto da Tami Oldham Ashcraft con Susea McGearhart e racconta la storia vera di Tami e Richard occorsa nel 1983: 41 giorni alla deriva dopo che un uragano di potenza 4 li coglie nell’oceano distruggendo la barca che a quel punto è solo in grado di galleggiare. Il regista islandese Kormakur, esperto uomo di mare, avvicinandosi alla visione filmica di Herzog sospesa fra fiction e documentario, già candidato col film Deep (il racconto di una storia realmente accaduta del naufragio di un peschereccio nelle gelide acque dell’isola di Vestman) nel 2012 all’Oscar come Miglior Film in lingua straniera, gira e produce un survival movie affascinante. E’ lui il regista dell’inquietante film di montagna Everest del 2015, che ebbe l’onore di aprire il Festival del Cinema di Venezia e solo nel primo weekend incassò 1,6 milioni di euro.

Lo spettatore in Resta con me attraversa la storia fra continui flashback, a parere di chi scrive, necessari alla sua stessa ‘tolleranza’ spirituale: raccontare il silenzio e l’assenza di azione di una deriva in un mare piatto irrompendo con scene del passato felice della coppia e, quasi alla fine del film, con quelle concitate della barca in pieno uragano, concede un ritmo paradossalmente fluido e giusto alla storia.

La mano di Richardson per la fotografia (premo Oscar per JFK – Un caso ancora aperto del 1991) si vede tutta: immagini vivide e nitide, il mare (il regista afferma “la costante per noi in questo film era che ci fosse l’acqua”) onnipresente è protagonista insieme a Tami, interpretata da Shailene Woodley in stato di grazia espressiva: nella drammaticità del suo viso e del suo corpo tutto restituisce la forza, la caparbietà, la rabbia e la disperazione di una donna ferita, così come nei suoi attacchi di gioia e stupore.

Resta con me è un film da attraversare in tutte le emozioni che regala: guardando l’incredibile infinito rosso dei tramonti che il regista mostra e l’amore fra un uomo e una donna, se possibile, più potente di tutto.

Il film è stato girato in 49 giorni fra le isole Fiji e gli studi in Nuova Zelanda.

SILENCE, il silenzio assordante dell’ultimo Scorsese

07/06/2017

 

L’ultimo film di Martin Scorsese, Silence del 2016, ha avuto una gestazione di circa 28 anni: le cause sono molteplici, ma alla fine il regista statunitense è riuscito sia a porre in immagini il romanzo omonimo di Shûsaku Endô (pubblicato nel 1966) in 161’, sia a concludere un’ideale trilogia cristologica iniziata con L’ultima tentazione di Cristo (1987) e proseguita con Kundun (1997). Scorsese sugella e puntella di dubbi sostanziali e sostanziosi, qualora non avesse già disseminato la sua filmografia di una scia attestante la sua ossessione per il tema religioso, la sua possente filmografia a riguardo e la sua visione (e quella dello spettatore) di credente.

Attraverso l’affascinante racconto reale dei ‘padri apostati’ ossia dei ‘preti perduti’ nel Giappone del ‘600, lo spettatore segue la storia drammatica di Padre Rodrigues (notevole l’interpretazione di Andrew Garfield) in una cornice (splendide la fotografia di Rodrigo Prieto, candidato all’Oscar e la scenografia di Dante Ferretti) fatta di spiagge nebbiose e campagne di fitta vegetazione. Qui si nascondono, perseguitati, i ‘Cristan’, i cristiani che il Giappone buddista non tollera poiché pericolosi. Scorsese osserva e racconta con sguardo attento e tangibilmente presente (tante sono le inquadrature che ne mostrano la maestria autoriale) la condizione di una popolazione piuttosto povera attaccata alla figura di ‘Deus’ cioè Gesù, fino a giungere a metà del film, a seguito della cattura e prigionia di Padre Rodrigues, ad inanellare sequenze di immagini asfittiche e appunto ingabbiate, e a porre con intensità incalzante dubbi e quesiti che rendono Silence un’opera notevole.

La sequenza della durata di circa 7’, che mostra l’abiura di Rodrigues, è intensa sia nei contenuti che nella forma, poiché è costruita con effetti visivi e sonori raffinati posti nei momenti e nei punti giusti.

 

SEQUENZA ABIURA DI PADRE RODRIGUES

-E’ sera. La scena si svolge in un campo prigionia, long shot iniziale dall’alto, alle spalle dell’Inquisitore.

-Padre Rodrigues, ormai ossessionato e stremato da dubbi e sensi di colpa (tutti aspettano la sua rinuncia dalla quale dipende la vita di cinque prigionieri cristiani appesi a testa in già nel pozzo a dissanguarsi) giace nella gabbia di legno. Parla da solo contro la parete, parla a Gesù; i rumori esterni si fanno assordanti, sbatte i pugni per attirare l’attenzione, la mdp si sposta fuori e dentro la gabbia/prigione, prevalentemente dal basso, alternando primi piani a medium shot.

-Arriva l’Interprete e con esso Padre Ferreira (una volta padre spirituale di Rodrigues, ora convertito in vero e proprio prete giapponese).

-Padre Ferreira entra nella gabbia: dialogo serrato fra i due, i toni sono concitati, inquadratura frontale dei due da fuori la gabbia.

 

[E’ qui che i quesiti fondamentali e i dubbi più spigolosi del film riguardo la Fede e il silenzio di Gesù vengono quasi gridati oltre che da/a Rodrigues, anche allo spettatore: il ricatto della tortura e della morte bastano a tradire la propria Fede al fine di salvarsi? Il silenzio di Gesù di cui si lamenta Padre Rodrigues non è il silenzio di una Fede tutta interiore, di una dimensione intima del credente? Non è forse vero, come dice Padre Ferreira per far crollare nell’abiura l’altro Padre, che calpestare e rinunciare a Dio è l’atto d’amore più doloroso che si possa compiere, poiché vuol dire salvare le vite di coloro che Gesù stesso ama? Che valore ha pregare in una situazione simile, visto che Gesù pare non rispondere?]

-Padre Rodrigues viene portato di forza fuori dalla gabbia e posto dinanzi alle cinque sagome appese lamentose, medium long shot.

-Dinanzi a lui viene messo a terra il fumi, l’effige di Gesù che i Giapponesi chiedono ai Cristan di calpestare con un piede in segno di apostasia. Padre Rodrigues, disperato, si fa avanti lentamente, singhiozza e guarda a terra il ritratto sacro.

-Primissimo piano di Rodrigues, il sonoro diegetico scompare come per sottolineare lo stato di trance del protagonista. Si fa silenzio. Si sente una voce calma che parla a Rodrigues (o è la voce stessa di Rodrigues?), lo tranquillizza e lo invita a calpestarlo. Primissimo piano dell’effige.

-L’uomo si piega in avanti, movimento di ralenti, innesto rapido di un’immagine di Cristo (la stessa che compariva a Rodrigues da piccolo), mdp inquadra lateralmente il piede che calpesta il fumi. Le mani e il corpo del Padre crollano a terra sopra l’effige.

-Primissimo piano di Padre Ferreira, con dietro l’Interprete. Ritorna il sonoro dei lamenti dei prigionieri.

-Stesso long shot dall’alto dietro le spalle dell’Inquisitore a seguito di un cenno fra questi e l’Interprete col capo. Si è compiuto ciò che doveva compiersi.

-L’Interprete sempre in ralenti con alle spalle delle fiamme alza un braccio in sincrono con le fiamme per avvisare di sollevare i prigionieri dal pozzo.

-Mentre si ode come un canto del gallo, i prigionieri vengono sollevati; medium long shot su di essi, a lato per terra Ferreira consola Rodrigues stremato.

La vita del Padre perduto continua per anni fino alla morte, in un Giappone definito ‘palude’ in riferimento al fatto che la Fede cristiana non vi ha trovato terreno fertile. Lo spettatore sino all’ultimo si chiede, grazie ad un regista astuto e complice, se davvero Padre Rodrigues si è trasformato e ha dimenticato il suo Dio. La scena finale è beffarda, non la sveliamo.

Come dice Padre Ferreira, alludendo a un saggio giapponese:”montagne e fiumi si possono spostare, ma la natura dell’uomo non si può spostare”.

UOMINI SOLI COL PROPRIO DOLORE: OSCAR 2017 (2)

05/03/2017

In moonlight black boys look blue’ è l’opera teatrale del drammaturgo Tarell Alvin McCraley, classe 1980, è la sua tesi di Laurea all’Università di Yale, e soprattutto è il soggetto di Moonlight (di Barry Jenkins, Usa, 2016).

E’ con queste parole che Juan (Mahershala Ali, qui ottimo co-protagonista per la prima parte del film, spietato e affascinante nella serie tv House of cards) racconta al bambino Little ciò che una donna gli aveva a sua volta raccontato da bambino quando viveva a Cuba: era un bambino strano, agitato che correva a piedi scalzi di notte con la luna. Quasi come il piccolo Little, protagonista del film la cui vita scorre davanti agli occhi dello spettatore per più di 20 anni (tre attori diversi per tre soprannomi, Little/Chiron e Black): egli sembra strano o diverso (agli occhi dei coetanei, perlopiù), fugge dai suoi amici persecutori che lo prendono in giro perché nero, perché solitario e perché cammina in modo strano. Juan, spacciatore ormai padrone della strada, nota il piccolo in difficoltà mentre si nasconde in un casolare desolato, lo prende a cuore, lo porta nella sua casa, lo sfama e gli dà persino qualche dritta educativa. Sì, perché Little cresce solo, con una mamma drogata distratta e a tratti violenta con lui. La solitudine di Little/Chiron/Black è la cifra di questo piccolo grande film, girato molto bene, impreziosito da scelte di luci/colori e movimenti di macchina originali e funzionali al racconto, con un’ottima colonna sonora a completarlo.

Jenkins al suo secondo lungometraggio (è del 2008 Medicine for melancholy, il primo lungometraggio a bassissimo budget) qui anche sceneggiatore, copre così qualche imperfezione od ovvietà e colpisce il cuore dello spettatore con una delicatezza e una sensibilità toccanti, affilate.

La scena della spiaggia nella quale Chiron e l’amico Kevin adolescenti si incontrano intimamente è, insieme alla scena finale sempre fra i due amici adulti, una perla di non-detto nella quale i silenzi urlano come il mare di notte quando i rumori scompaiono. Chiron, il protagonista adolescente è, a mio parere, il profilo umano raccontato meglio e ad ampio spettro emozionale: la via di mezzo fra il bambino e l’adulto dove si deciderà il futuro, dove lo squarcio interiore nel ragazzo si compie.

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Nel volto di Chiron la sofferenza causata da una solitudine implacabile e dolente è sbattuta in faccia allo spettatore; la s-velata scoperta e consapevolezza della sua omosessualità va di pari passo con la violenza che travolge il ragazzo. Entrambe descritte attraverso scene mai ridondanti o enfatiche.

Moonlight non è un film che parla di omosessualità o nel quale essa è posta al centro della narrazione.

E’ il dolore solitario o, se si vuole, la solitudine dolorosa, coniugato in tutti i modi possibili, a meritare la visione di questo film.

NOTE:

  • Oscar 2017 Miglior Film
  • Oscar 2017 Miglior Attore non protagonista (Mahershala Ali)
  • Oscar 2017 Miglior Sceneggiatura non originale

UOMINI SOLI COL PROPRIO DOLORE: OSCAR 2017 (1)

28/02/2017

Che senso ha l’esistenza umana se non quello di un attraversamento, più o meno faticoso e doloroso, o intenso e divertente, per giungere a ciò che si desidera ad esempio il coronamento di un sogno? O è un mero resistere e sopravvivere a ferite che troppo presto durante il tragitto cambiano il corso dell’esistenza stessa, per caso o per sfortuna?

E’ il percorso stesso, e come lo si percorre, a fare la storia, a definire la vita di un individuo, a renderla dignitosa o ripugnante. Comunque unica. Come l’unica possibile è parsa l’eventualità di imboccare questa o quella strada.

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Il giovane Desmond Doss [La battaglia di Hacksaw Ridge di Mel Gibson, Usa, Australia 2016], la faccia pura di un bambino, sembra debba spezzarsi da un momento all’altro, ha una volontà di ferro che sublima un grande dolore interiore dovuto ad un padre violento e disperato. Combatte senza armi, ma con cure e medicine, durante la battaglia di Okinawa contro i giapponesi; eroicamente e con una foga sovraumana ne salva 75 di uomini, appunto uomini compresi i nemici stessi. Lotta e si difende col proprio corpo, fa da scudo ai compagni, usa una forza supereroica per trascinarli verso la vita, giù da un promontorio infernale ormai fatto solo di brandelli di corpi dentro buche e fossi fangosi.

Mel Gibson indugia in modo radicale, come sa fare egregiamente (vedi La Passione di Cristo, 2003), su particolari cruenti e atroci, così come sulla bestialità interiore di soldati buttati in prima linea a morire, mossi dalla Fede per la propria Madrepatria. Desmond, interpretato da un convincente Andrew Garfield è acceso di sacra Passione per Dio e per l’uomo, tanto da obiettare all’uso di qualsiasi arma a rischio di essere cacciato dall’esercito nel quale si arruola: la sua è una missione potente che va aldilà di qualsiasi vessazione fisica e psicologica rappresentata nella prima parte del film.

La battaglia di Hacksaw Ridge, tratto dalla storia vera di un uomo, unico obiettore di coscienza insignito della Medaglia d’Onore del Congresso statunitense, è un film fluido, violento, impressionante nel suo incedere narrativo, che culmina in una seconda parte che avvolge giocoforza lo spettatore: lo sconvolge di dolore e di ammirazione.

 

NOTE:

  • Oscar 2017 per Miglior Montaggio
  • Oscar 2017 per Miglior Sonoro
  • Lettere da Iwo Jima di Clint Eastwood, Usa 2006 è collegato con un filo sottile e prezioso al film di Mel Gibson

Nazismo non è = Germania e popolo tedesco

24/01/2017

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In occasione della Giornata della Memoria non solo è doveroso onorare e continuare a non dimenticare le milioni di vite umane (non solo ebree) sacrificate senza alcuna causa, bensì credere fortemente ed essere convinti che la parola ‘tedesco’ non è sinonimo di nazista. Assolutamente.

Un film intitolato Lettere da Berlinodelicato e straziante come gli sguardi dei suoi due eccelsi protagonisti, Emma Thompson e Brendan Gleeson, tratto da una storia vera e da un romanzo, ci aiuta a metabolizzare questo assunto così difficile da interiorizzare.

 

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Berlino 1941. Anna e Otto Quangel perdono l’unico figlio nella vittoriosa battaglia di Francia. Intraprendono una battaglia molto personale contro il potere nazista dominante: scrivono cartoline contro Hitler e il regime e le lasciano dovunque. L’ispettore di Polizia, Escherich, ha l’arduo compito di scovarli.

‘La Thompson è Anna’ afferma Vincent Perez, il regista svizzero/francese di Lettere da Berlino, in concorso allo scorso Festival di Berlino. Nel leggere il racconto del complicato iter per avere i diritti del romanzo da cui il film è tratto (il bestseller Ognuno muore solo di Hans Fallada pubblicato nel 1947 racconta una storia realmente accaduta) e cominciare le riprese, colpisce tale affermazione che si rivela sacrosanta dopo aver visto il film.

Il libro, come il film, racconta di due coniugi tedeschi (nella realtà si chiamano Elise e Otto Hampel), persone semplici, lui operaio, che vedono la loro esistenza stravolta dalla perdita al fronte del loro unico figlio.

Il dolore è immenso.

Il loro matrimonio, già sfibrato e moribondo da anni, esiste ancora solo grazie al giovane ragazzo.

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Anna si piega in un dolore assoluto, Otto (l’irlandese Brendan Gleeson) subito dopo aver ricevuto la drammatica lettera da una postina impicciona (Katrin Pollitt) che vediamo aiutare l’anziana inquilina ebrea Rosenthal (Monique Chaumette) all’inizio del film, va al lavoro, frastornato e ancora inebetito dal dolore.

Il condominio nel quale vivono i Quangel é descritto in tutti i suoi colori e umori. La rappresentazione dei vari inquilini che lo abitano è raffinata: dal giudice in pensione Fromm (Joachim Bissmeier) che prende a cuore la situazione della Rosenthal incurante del pericolo, all’aggressivo proprietario del palazzo Persicke (Uwe Preuss), sino allo sgradevole spione (Rainer Egger). Da essi passa il filo narrativo che si snoda dalla coppia fino all’ispettore di Polizia Escherich (Daniel Brühl), uomo tormentato e oppresso nel servire il regime, insofferente verso di esso nei lunghi 18 mesi che impiegherà per catturare l’uomo e la donna.

Perez ricostruisce minuziosamente una Berlino occupata dai nazisti. É qui che si dipana l’esistenza di Otto e Anna, normale e piatta fino all’illuminazione quasi casuale dell’uomo: scrivere cartoline e abbandonarle un po’ dovunque (in uffici e palazzine) non tanto per ‘mettersi contro’ quanto per esprimere la propria non adesione. La rabbia e il dolore della perdita troveranno sfogo in tal gesto, i due coniugi si riavvicineranno e lo scopo comune gli restituirà nuova linfa vitale.

Dunque Emma Thompson è stata fin da subito Anna: per il regista, e forse per lo spettatore che magari non conosce il testo, sembra proprio così. Anna è una donna sciupata, invecchiata e triste, è una moglie all’inizio devota quasi per dovere e poi appassionata per sopravvivenza. Verso gli ultimi mesi ha, rispetto al marito, paura di ciò che potrebbe avvenire una volta scoperti, ma la forza della loro unione la rende coraggiosa lasciandola fragile. I due attori offrono una prova magistrale perché incarnando il tedesco comune non schierato né politicizzato rappresentano una parte ampia di una popolazione non nazista e sottomessa in parte ad atroci e inutili torture psicologiche e morali, delle quali l’ispettore Escherich è vittima esemplare. La cura con cui il capo officina Otto, un gigante buono e determinato, comincia a scrivere le cartoline, è molto commovente, così come la sua libertà finale nell’accettate il proprio destino.

Lettere da Berlino é uscito in sala il 13 Ottobre scorso.

 

 

IL CLIENTE (Oscar 1)

07/01/2017

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Emad e Rana sono una giovane coppia, lui insegnante lei casalinga. Di sera recitano in una compagnia di attori dilettanti. Sono costretti a cambiar casa per motivi logistici (il palazzo nel quale vivono rischia di crollare) e nei primissimi giorni di permanenza nella nuova casa un incidente di cui è vittima Rana cambierà per sempre le loro esistenze.

La scena iniziale de Il cliente, del quarantaquattrenne regista iraniano Asghar Farhadi già premio Oscar nel 2010 con Una separazione, illustra la tragica fragilità del palazzo nel quale vivono Emad e Rana, una coppia in costruzione, alla ricerca di un bambino e col futuro davanti vista la giovane età. La loro passione per la recitazione li spinge a cimentarsi con prove teatrali e rappresentazioni serali correndo di qua e di là, dimostrando una vitalità e una volontà di mettersi in gioco non comuni. Il regista della compagnia teatrale gli offre un nuovo alloggio dove poter stare: un appartamento all’ultimo piano di un palazzo scarno, disadorno, pieno di robe da buttare e una stanza chiusa a chiave. La vecchia inquilina, sulla quale aleggia un alone di mistero, conserva qui vestiti e scatoloni e pare che l’ambiente non si possa utilizzare né sgomberare. Su insistenza di Rana la stanza viene liberata e resa abitabile. Subito dopo, una sera, mentre la donna è sola in casa, viene aggredita sotto la doccia da parte di uno sconosciuto. Da qui si origina la trama noir del film.

La donna parla a mezza bocca, è misteriosa col marito nel raccontare quanto accaduto, è sconvolta e ferita nell’anima e nel corpo. La vita e le rappresentazioni serali teatrali devono andare avanti con o senza di lei che ha una parte fondamentale con Emad nel mettere in scena Morte di un commesso viaggiatore.

Farhadi procede come nel suo stile per aggiunta graduale di particolari apparentemente insignificanti, qui fondamentali per l’economia della trama; i dialoghi continui ed estenuanti per lo spettatore (in Una separazione si raggiungeva l’apice di discussioni ripetute, diverbi parossistici) vanno di pari passo con una scenografia spoglia a mostrare un Paese in via di sviluppo sopra le proprie macerie.

Nello stesso tempo il regista e sceneggiatore avanza per sottrazione: sguardi, silenzi, lunghe immagini riempite da soli rumori cittadini, inquadrature scarne come ciò che inquadra.

La vita della coppia lentamente va in crisi, fatica a ritrovarsi, la donna si rinchiude in se stessa, l’uomo inizia ad indagare, cercare e scavare per capire da solo cosa è accaduto e perché. la fragilità delle fondamenta della loro abitazione si impossessa di loro. L’uomo inizia a sospettare, a dubitare di tutti. Se c’è una verità nascosta qual è? I vicini e gli abitanti del palazzo contribuiscono ad alimentare ed intorbidire dicerie nella mente di Emad che vede sconvolta la propria vita, financo la sua attività scolastica finora lineare.

Il ritrovamento di un auto legata all’aggressore che poi scompare nuovamente, stringe il cerchio sulla precedente inquilina, e sullo stesso. Da qui in poi è un crescendo di suspence e svelamenti che tengono sul filo sia lo spettatore che la stessa trama, a tratti fiacca, verso la fine tesa e al cardiopalma. Chi sono Rana e Emad, ma soprattutto cosa diventano e fino a cosa si spingono dopo l’aggressione?

Premio al Festival di Cannes 2016 per Migliore Sceneggiatura e per la Migliore Interpretazione Maschile a Shahab Hosseini, Il cliente presenta alla fine un conto morale pesantissimo ad un’umanità piccola e vendicativa.

NOTE:

  • Oscar 2017 come Miglior Film Straniero