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SILENCE, il silenzio assordante dell’ultimo Scorsese

07/06/2017

 

L’ultimo film di Martin Scorsese, Silence del 2016, ha avuto una gestazione di circa 28 anni: le cause sono molteplici, ma alla fine il regista statunitense è riuscito sia a porre in immagini il romanzo omonimo di Shûsaku Endô (pubblicato nel 1966) in 161’, sia a concludere un’ideale trilogia cristologica iniziata con L’ultima tentazione di Cristo (1987) e proseguita con Kundun (1997). Scorsese sugella e puntella di dubbi sostanziali e sostanziosi, qualora non avesse già disseminato la sua filmografia di una scia attestante la sua ossessione per il tema religioso, la sua possente filmografia a riguardo e la sua visione (e quella dello spettatore) di credente.

Attraverso l’affascinante racconto reale dei ‘padri apostati’ ossia dei ‘preti perduti’ nel Giappone del ‘600, lo spettatore segue la storia drammatica di Padre Rodrigues (notevole l’interpretazione di Andrew Garfield) in una cornice (splendide la fotografia di Rodrigo Prieto, candidato all’Oscar e la scenografia di Dante Ferretti) fatta di spiagge nebbiose e campagne di fitta vegetazione. Qui si nascondono, perseguitati, i ‘Cristan’, i cristiani che il Giappone buddista non tollera poiché pericolosi. Scorsese osserva e racconta con sguardo attento e tangibilmente presente (tante sono le inquadrature che ne mostrano la maestria autoriale) la condizione di una popolazione piuttosto povera attaccata alla figura di ‘Deus’ cioè Gesù, fino a giungere a metà del film, a seguito della cattura e prigionia di Padre Rodrigues, ad inanellare sequenze di immagini asfittiche e appunto ingabbiate, e a porre con intensità incalzante dubbi e quesiti che rendono Silence un’opera notevole.

La sequenza della durata di circa 7’, che mostra l’abiura di Rodrigues, è intensa sia nei contenuti che nella forma, poiché è costruita con effetti visivi e sonori raffinati posti nei momenti e nei punti giusti.

 

SEQUENZA ABIURA DI PADRE RODRIGUES

-E’ sera. La scena si svolge in un campo prigionia, long shot iniziale dall’alto, alle spalle dell’Inquisitore.

-Padre Rodrigues, ormai ossessionato e stremato da dubbi e sensi di colpa (tutti aspettano la sua rinuncia dalla quale dipende la vita di cinque prigionieri cristiani appesi a testa in già nel pozzo a dissanguarsi) giace nella gabbia di legno. Parla da solo contro la parete, parla a Gesù; i rumori esterni si fanno assordanti, sbatte i pugni per attirare l’attenzione, la mdp si sposta fuori e dentro la gabbia/prigione, prevalentemente dal basso, alternando primi piani a medium shot.

-Arriva l’Interprete e con esso Padre Ferreira (una volta padre spirituale di Rodrigues, ora convertito in vero e proprio prete giapponese).

-Padre Ferreira entra nella gabbia: dialogo serrato fra i due, i toni sono concitati, inquadratura frontale dei due da fuori la gabbia.

 

[E’ qui che i quesiti fondamentali e i dubbi più spigolosi del film riguardo la Fede e il silenzio di Gesù vengono quasi gridati oltre che da/a Rodrigues, anche allo spettatore: il ricatto della tortura e della morte bastano a tradire la propria Fede al fine di salvarsi? Il silenzio di Gesù di cui si lamenta Padre Rodrigues non è il silenzio di una Fede tutta interiore, di una dimensione intima del credente? Non è forse vero, come dice Padre Ferreira per far crollare nell’abiura l’altro Padre, che calpestare e rinunciare a Dio è l’atto d’amore più doloroso che si possa compiere, poiché vuol dire salvare le vite di coloro che Gesù stesso ama? Che valore ha pregare in una situazione simile, visto che Gesù pare non rispondere?]

-Padre Rodrigues viene portato di forza fuori dalla gabbia e posto dinanzi alle cinque sagome appese lamentose, medium long shot.

-Dinanzi a lui viene messo a terra il fumi, l’effige di Gesù che i Giapponesi chiedono ai Cristan di calpestare con un piede in segno di apostasia. Padre Rodrigues, disperato, si fa avanti lentamente, singhiozza e guarda a terra il ritratto sacro.

-Primissimo piano di Rodrigues, il sonoro diegetico scompare come per sottolineare lo stato di trance del protagonista. Si fa silenzio. Si sente una voce calma che parla a Rodrigues (o è la voce stessa di Rodrigues?), lo tranquillizza e lo invita a calpestarlo. Primissimo piano dell’effige.

-L’uomo si piega in avanti, movimento di ralenti, innesto rapido di un’immagine di Cristo (la stessa che compariva a Rodrigues da piccolo), mdp inquadra lateralmente il piede che calpesta il fumi. Le mani e il corpo del Padre crollano a terra sopra l’effige.

-Primissimo piano di Padre Ferreira, con dietro l’Interprete. Ritorna il sonoro dei lamenti dei prigionieri.

-Stesso long shot dall’alto dietro le spalle dell’Inquisitore a seguito di un cenno fra questi e l’Interprete col capo. Si è compiuto ciò che doveva compiersi.

-L’Interprete sempre in ralenti con alle spalle delle fiamme alza un braccio in sincrono con le fiamme per avvisare di sollevare i prigionieri dal pozzo.

-Mentre si ode come un canto del gallo, i prigionieri vengono sollevati; medium long shot su di essi, a lato per terra Ferreira consola Rodrigues stremato.

La vita del Padre perduto continua per anni fino alla morte, in un Giappone definito ‘palude’ in riferimento al fatto che la Fede cristiana non vi ha trovato terreno fertile. Lo spettatore sino all’ultimo si chiede, grazie ad un regista astuto e complice, se davvero Padre Rodrigues si è trasformato e ha dimenticato il suo Dio. La scena finale è beffarda, non la sveliamo.

Come dice Padre Ferreira, alludendo a un saggio giapponese:”montagne e fiumi si possono spostare, ma la natura dell’uomo non si può spostare”.

UOMINI SOLI COL PROPRIO DOLORE: OSCAR 2017 (2)

05/03/2017

In moonlight black boys look blue’ è l’opera teatrale del drammaturgo Tarell Alvin McCraley, classe 1980, è la sua tesi di Laurea all’Università di Yale, e soprattutto è il soggetto di Moonlight (di Barry Jenkins, Usa, 2016).

E’ con queste parole che Juan (Mahershala Ali, qui ottimo co-protagonista per la prima parte del film, spietato e affascinante nella serie tv House of cards) racconta al bambino Little ciò che una donna gli aveva a sua volta raccontato da bambino quando viveva a Cuba: era un bambino strano, agitato che correva a piedi scalzi di notte con la luna. Quasi come il piccolo Little, protagonista del film la cui vita scorre davanti agli occhi dello spettatore per più di 20 anni (tre attori diversi per tre soprannomi, Little/Chiron e Black): egli sembra strano o diverso (agli occhi dei coetanei, perlopiù), fugge dai suoi amici persecutori che lo prendono in giro perché nero, perché solitario e perché cammina in modo strano. Juan, spacciatore ormai padrone della strada, nota il piccolo in difficoltà mentre si nasconde in un casolare desolato, lo prende a cuore, lo porta nella sua casa, lo sfama e gli dà persino qualche dritta educativa. Sì, perché Little cresce solo, con una mamma drogata distratta e a tratti violenta con lui. La solitudine di Little/Chiron/Black è la cifra di questo piccolo grande film, girato molto bene, impreziosito da scelte di luci/colori e movimenti di macchina originali e funzionali al racconto, con un’ottima colonna sonora a completarlo.

Jenkins al suo secondo lungometraggio (è del 2008 Medicine for melancholy, il primo lungometraggio a bassissimo budget) qui anche sceneggiatore, copre così qualche imperfezione od ovvietà e colpisce il cuore dello spettatore con una delicatezza e una sensibilità toccanti, affilate.

La scena della spiaggia nella quale Chiron e l’amico Kevin adolescenti si incontrano intimamente è, insieme alla scena finale sempre fra i due amici adulti, una perla di non-detto nella quale i silenzi urlano come il mare di notte quando i rumori scompaiono. Chiron, il protagonista adolescente è, a mio parere, il profilo umano raccontato meglio e ad ampio spettro emozionale: la via di mezzo fra il bambino e l’adulto dove si deciderà il futuro, dove lo squarcio interiore nel ragazzo si compie.

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Nel volto di Chiron la sofferenza causata da una solitudine implacabile e dolente è sbattuta in faccia allo spettatore; la s-velata scoperta e consapevolezza della sua omosessualità va di pari passo con la violenza che travolge il ragazzo. Entrambe descritte attraverso scene mai ridondanti o enfatiche.

Moonlight non è un film che parla di omosessualità o nel quale essa è posta al centro della narrazione.

E’ il dolore solitario o, se si vuole, la solitudine dolorosa, coniugato in tutti i modi possibili, a meritare la visione di questo film.

NOTE:

  • Oscar 2017 Miglior Film
  • Oscar 2017 Miglior Attore non protagonista (Mahershala Ali)
  • Oscar 2017 Miglior Sceneggiatura non originale

UOMINI SOLI COL PROPRIO DOLORE: OSCAR 2017 (1)

28/02/2017

Che senso ha l’esistenza umana se non quello di un attraversamento, più o meno faticoso e doloroso, o intenso e divertente, per giungere a ciò che si desidera ad esempio il coronamento di un sogno? O è un mero resistere e sopravvivere a ferite che troppo presto durante il tragitto cambiano il corso dell’esistenza stessa, per caso o per sfortuna?

E’ il percorso stesso, e come lo si percorre, a fare la storia, a definire la vita di un individuo, a renderla dignitosa o ripugnante. Comunque unica. Come l’unica possibile è parsa l’eventualità di imboccare questa o quella strada.

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Il giovane Desmond Doss [La battaglia di Hacksaw Ridge di Mel Gibson, Usa, Australia 2016], la faccia pura di un bambino, sembra debba spezzarsi da un momento all’altro, ha una volontà di ferro che sublima un grande dolore interiore dovuto ad un padre violento e disperato. Combatte senza armi, ma con cure e medicine, durante la battaglia di Okinawa contro i giapponesi; eroicamente e con una foga sovraumana ne salva 75 di uomini, appunto uomini compresi i nemici stessi. Lotta e si difende col proprio corpo, fa da scudo ai compagni, usa una forza supereroica per trascinarli verso la vita, giù da un promontorio infernale ormai fatto solo di brandelli di corpi dentro buche e fossi fangosi.

Mel Gibson indugia in modo radicale, come sa fare egregiamente (vedi La Passione di Cristo, 2003), su particolari cruenti e atroci, così come sulla bestialità interiore di soldati buttati in prima linea a morire, mossi dalla Fede per la propria Madrepatria. Desmond, interpretato da un convincente Andrew Garfield è acceso di sacra Passione per Dio e per l’uomo, tanto da obiettare all’uso di qualsiasi arma a rischio di essere cacciato dall’esercito nel quale si arruola: la sua è una missione potente che va aldilà di qualsiasi vessazione fisica e psicologica rappresentata nella prima parte del film.

La battaglia di Hacksaw Ridge, tratto dalla storia vera di un uomo, unico obiettore di coscienza insignito della Medaglia d’Onore del Congresso statunitense, è un film fluido, violento, impressionante nel suo incedere narrativo, che culmina in una seconda parte che avvolge giocoforza lo spettatore: lo sconvolge di dolore e di ammirazione.

 

NOTE:

  • Oscar 2017 per Miglior Montaggio
  • Oscar 2017 per Miglior Sonoro
  • Lettere da Iwo Jima di Clint Eastwood, Usa 2006 è collegato con un filo sottile e prezioso al film di Mel Gibson

Nazismo non è = Germania e popolo tedesco

24/01/2017

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In occasione della Giornata della Memoria non solo è doveroso onorare e continuare a non dimenticare le milioni di vite umane (non solo ebree) sacrificate senza alcuna causa, bensì credere fortemente ed essere convinti che la parola ‘tedesco’ non è sinonimo di nazista. Assolutamente.

Un film intitolato Lettere da Berlinodelicato e straziante come gli sguardi dei suoi due eccelsi protagonisti, Emma Thompson e Brendan Gleeson, tratto da una storia vera e da un romanzo, ci aiuta a metabolizzare questo assunto così difficile da interiorizzare.

 

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Berlino 1941. Anna e Otto Quangel perdono l’unico figlio nella vittoriosa battaglia di Francia. Intraprendono una battaglia molto personale contro il potere nazista dominante: scrivono cartoline contro Hitler e il regime e le lasciano dovunque. L’ispettore di Polizia, Escherich, ha l’arduo compito di scovarli.

‘La Thompson è Anna’ afferma Vincent Perez, il regista svizzero/francese di Lettere da Berlino, in concorso allo scorso Festival di Berlino. Nel leggere il racconto del complicato iter per avere i diritti del romanzo da cui il film è tratto (il bestseller Ognuno muore solo di Hans Fallada pubblicato nel 1947 racconta una storia realmente accaduta) e cominciare le riprese, colpisce tale affermazione che si rivela sacrosanta dopo aver visto il film.

Il libro, come il film, racconta di due coniugi tedeschi (nella realtà si chiamano Elise e Otto Hampel), persone semplici, lui operaio, che vedono la loro esistenza stravolta dalla perdita al fronte del loro unico figlio.

Il dolore è immenso.

Il loro matrimonio, già sfibrato e moribondo da anni, esiste ancora solo grazie al giovane ragazzo.

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Anna si piega in un dolore assoluto, Otto (l’irlandese Brendan Gleeson) subito dopo aver ricevuto la drammatica lettera da una postina impicciona (Katrin Pollitt) che vediamo aiutare l’anziana inquilina ebrea Rosenthal (Monique Chaumette) all’inizio del film, va al lavoro, frastornato e ancora inebetito dal dolore.

Il condominio nel quale vivono i Quangel é descritto in tutti i suoi colori e umori. La rappresentazione dei vari inquilini che lo abitano è raffinata: dal giudice in pensione Fromm (Joachim Bissmeier) che prende a cuore la situazione della Rosenthal incurante del pericolo, all’aggressivo proprietario del palazzo Persicke (Uwe Preuss), sino allo sgradevole spione (Rainer Egger). Da essi passa il filo narrativo che si snoda dalla coppia fino all’ispettore di Polizia Escherich (Daniel Brühl), uomo tormentato e oppresso nel servire il regime, insofferente verso di esso nei lunghi 18 mesi che impiegherà per catturare l’uomo e la donna.

Perez ricostruisce minuziosamente una Berlino occupata dai nazisti. É qui che si dipana l’esistenza di Otto e Anna, normale e piatta fino all’illuminazione quasi casuale dell’uomo: scrivere cartoline e abbandonarle un po’ dovunque (in uffici e palazzine) non tanto per ‘mettersi contro’ quanto per esprimere la propria non adesione. La rabbia e il dolore della perdita troveranno sfogo in tal gesto, i due coniugi si riavvicineranno e lo scopo comune gli restituirà nuova linfa vitale.

Dunque Emma Thompson è stata fin da subito Anna: per il regista, e forse per lo spettatore che magari non conosce il testo, sembra proprio così. Anna è una donna sciupata, invecchiata e triste, è una moglie all’inizio devota quasi per dovere e poi appassionata per sopravvivenza. Verso gli ultimi mesi ha, rispetto al marito, paura di ciò che potrebbe avvenire una volta scoperti, ma la forza della loro unione la rende coraggiosa lasciandola fragile. I due attori offrono una prova magistrale perché incarnando il tedesco comune non schierato né politicizzato rappresentano una parte ampia di una popolazione non nazista e sottomessa in parte ad atroci e inutili torture psicologiche e morali, delle quali l’ispettore Escherich è vittima esemplare. La cura con cui il capo officina Otto, un gigante buono e determinato, comincia a scrivere le cartoline, è molto commovente, così come la sua libertà finale nell’accettate il proprio destino.

Lettere da Berlino é uscito in sala il 13 Ottobre scorso.

 

 

IL CLIENTE (Oscar 1)

07/01/2017

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Emad e Rana sono una giovane coppia, lui insegnante lei casalinga. Di sera recitano in una compagnia di attori dilettanti. Sono costretti a cambiar casa per motivi logistici (il palazzo nel quale vivono rischia di crollare) e nei primissimi giorni di permanenza nella nuova casa un incidente di cui è vittima Rana cambierà per sempre le loro esistenze.

La scena iniziale de Il cliente, del quarantaquattrenne regista iraniano Asghar Farhadi già premio Oscar nel 2010 con Una separazione, illustra la tragica fragilità del palazzo nel quale vivono Emad e Rana, una coppia in costruzione, alla ricerca di un bambino e col futuro davanti vista la giovane età. La loro passione per la recitazione li spinge a cimentarsi con prove teatrali e rappresentazioni serali correndo di qua e di là, dimostrando una vitalità e una volontà di mettersi in gioco non comuni. Il regista della compagnia teatrale gli offre un nuovo alloggio dove poter stare: un appartamento all’ultimo piano di un palazzo scarno, disadorno, pieno di robe da buttare e una stanza chiusa a chiave. La vecchia inquilina, sulla quale aleggia un alone di mistero, conserva qui vestiti e scatoloni e pare che l’ambiente non si possa utilizzare né sgomberare. Su insistenza di Rana la stanza viene liberata e resa abitabile. Subito dopo, una sera, mentre la donna è sola in casa, viene aggredita sotto la doccia da parte di uno sconosciuto. Da qui si origina la trama noir del film.

La donna parla a mezza bocca, è misteriosa col marito nel raccontare quanto accaduto, è sconvolta e ferita nell’anima e nel corpo. La vita e le rappresentazioni serali teatrali devono andare avanti con o senza di lei che ha una parte fondamentale con Emad nel mettere in scena Morte di un commesso viaggiatore.

Farhadi procede come nel suo stile per aggiunta graduale di particolari apparentemente insignificanti, qui fondamentali per l’economia della trama; i dialoghi continui ed estenuanti per lo spettatore (in Una separazione si raggiungeva l’apice di discussioni ripetute, diverbi parossistici) vanno di pari passo con una scenografia spoglia a mostrare un Paese in via di sviluppo sopra le proprie macerie.

Nello stesso tempo il regista e sceneggiatore avanza per sottrazione: sguardi, silenzi, lunghe immagini riempite da soli rumori cittadini, inquadrature scarne come ciò che inquadra.

La vita della coppia lentamente va in crisi, fatica a ritrovarsi, la donna si rinchiude in se stessa, l’uomo inizia ad indagare, cercare e scavare per capire da solo cosa è accaduto e perché. la fragilità delle fondamenta della loro abitazione si impossessa di loro. L’uomo inizia a sospettare, a dubitare di tutti. Se c’è una verità nascosta qual è? I vicini e gli abitanti del palazzo contribuiscono ad alimentare ed intorbidire dicerie nella mente di Emad che vede sconvolta la propria vita, financo la sua attività scolastica finora lineare.

Il ritrovamento di un auto legata all’aggressore che poi scompare nuovamente, stringe il cerchio sulla precedente inquilina, e sullo stesso. Da qui in poi è un crescendo di suspence e svelamenti che tengono sul filo sia lo spettatore che la stessa trama, a tratti fiacca, verso la fine tesa e al cardiopalma. Chi sono Rana e Emad, ma soprattutto cosa diventano e fino a cosa si spingono dopo l’aggressione?

Premio al Festival di Cannes 2016 per Migliore Sceneggiatura e per la Migliore Interpretazione Maschile a Shahab Hosseini, Il cliente presenta alla fine un conto morale pesantissimo ad un’umanità piccola e vendicativa.

NOTE:

  • Oscar 2017 come Miglior Film Straniero

JASON BOURNE arriva il 1 Settembre…..

24/08/2016

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Jason Bourne, ex agente della Cia, rispunta dal buio nel quale si nasconde per cercare la verità in merito alla fine di suo padre e al proprio reclutamento nella Cia. Due donne, Nicky e Heather incrociano i suoi passi, entrambe per salvarlo.

A 29 anni Matt Damon ha girato The Bourne Identity e ora, dopo 16 anni, arriva col quinto episodio del film ‘seriale’ ammettendo in un’intervista che é una faticaccia (causa diete e allenamenti) calarsi ancora nei panni del killer tormentato dai vuoti di memoria, e qui dai sensi di colpa verso il padre.
David Webb alias Jason Bourne é ancora alla scoperta della verità: la collega/compagna fuoriuscita anche essa dall’odiata Cia, Nicky Parsons (Julia Stiles), ripesca Bourne in Grecia, intento a sopravvivere tra squallidi combattimenti illegali, proprio per spingerlo a vedere, sapere, a capire perché e in che modo egli sia stato reclutato e trasformato nel killer di circa 30 persone.

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A seguito di un attacco informatico da un campo hacker islandese da parte di Nicky, atto a copiare e diffondere dati sensibili di missioni compiute e di lá da compiersi, comincia la caccia attraverso Atene, Londra e Berlino della Cia con a capo Robert Dewey (un Tommy Lee Jones rugoso e stanco), al proprio uomo diventato una scomoda minaccia. Bourne viene braccato e deve essere eliminato a tutti i costi. Non la pensa così Heather Lee (splendida Alice Vikander appena premiata con l’Oscar in Danish girl) una giovane donna ambiziosa a capo dell’informatica Cia che pensa di riportare dentro Jason dopo averlo reso docile nuovamente. Ben presto ella scopre il marcio che la circonda e il doppiogiochismo di Dewey: così insegue Bourne, ma allo stesso tempo lo aiuta a sfuggire e a salvarsi fino al finale mozzafiato di Las Vegas.
Il film conserva un ritmo alto e teso dalla prima all’ultima scena; la sequenza dell’inseguimento iniziale per le vie di Atene fra Jason in moto e la cosiddetta ‘risorsa’ eliminatrice impersonata da un Vincent Cassel credibilissimo, è ben girata fra scene alternate molto veloci che incollano lo spettatore ricoprendolo di frastuono e di luci.
Al nucleo tematico principale si affianca l’esile ma corposa questione della privacy vs il controllo delle piattaforme social – che riempiono le nostre esistenze rendendo tutto a portata di click – sui nostri dati, abitudini e consumi. Dewey tiene per la corda un giovane e brillante informatico, Aroon Kallor (Riz Ahmed) che ha creato appunto un nuovo social servendosi dei dati che la Cia gli ha passato e che ora vuole liberarsi e camminare con le proprie gambe. Nel finale che si svolge a Las Vegas si incroceranno pertanto il destino di Jason e di Kalloor, entrambi nel mirino del braccio armato di Dewey.

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Il finale é lasciato ancora aperto per un possibile sequel, non senza aver esaurito la mente, gli occhi e le orecchie dello spettatore di sparatorie, incidenti, combattimenti e muscoli spezzati, forse fin troppi. Il tormento psicologico di Jason, i meandri della memoria ispezionata attraverso flashback fluttuano in secondo piano rispetto all’azione, pura e vera protagonista del film che ha calcato le sale americane il 27 luglio scorso esplodendo in 61 milioni di dollari nel primo weekend. Matt Damon pur adulto e non più il ragazzo del 2002 é incredibilmente in forma, reattivo, espressivo nella eterna espressione corrucciata, mai ansiosa.
La mano del regista britannico Paul Greengrass, al terzo episodio dopo il pluripremiato The Bourne Ultimatum del 2007, é facilmente riconoscibile per le inquadrature movimentate e il montaggio frenetico (si veda scena finale dell’inseguimento fra auto), così tanto tradizionali nel cinema americano.

 

 

 

 

 

 

NEMICHE PER LA PELLE

19/04/2016

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Lucia e Fabiola, ex moglie e attuale compagna di Paolo, si devono fronteggiare forzatamente a causa dell’improvvisa morte di quest’ultimo. Diverse come la notte e il giorno, le due donne si avvicineranno per affrontare una situazione inaspettata che la vita pone loro dinanzi.

Il regista milanese Luca Lucini, proveniente dal mondo pubblicitario, presenta il suo settimo lungometraggio a sei anni dall’ultimo La donna della mia vita, e si avvale della distribuzione dell’ottima Good Films (suoi sono gioielli quali Non essere cattivo e Amy).

La sua impronta è visibile e riconoscibile: raffinatezza del prodotto, scelta di ottimi attori, volgarità quasi impercettibile compongono una commedia ….. quasi sofisticata.

Come forse il suo citato lavoro del 2010 si connotava per fragilità costruttiva e non coincidenza per l’intera durata del film di intenti e risultati, questo ultimo lavoro, pur sceneggiato dalle brave Doriana Leondeff e Francesca Manieri, diverte e fa riflettere, ma allo stesso modo manca di piglio e carattere, per così dire, di colore.

Eppure le due istrioniche Claudia Gerini e Margherita Buy sono eccellenti nel caratterizzare una la donna snob, ricca (all’apparenza), sempliciotta tutta accento romanesco Fabiola e l’altra la profonda, tutta interiorità e alternativa (quanto sciatta) Lucia. Esse sono costrette ad incontrarsi dopo la morte di Paolo, uomo che hanno condiviso in momenti diversi e che morendo lascia loro in eredità un figlio (suo e di una sua amante orientale) da accudire.

La seconda parte del film ha senz’altro maggior ritmo e regala sorrisi ad uno spettatore un po’ annoiato dopo la prima mezz’ora di film. L’irruzione nella vita delle donne di Paolo Jr, scombussola le loro esistenze e le catapulta di fronte a loro stesse; la maternità persa o non desiderata in passato si presenta a Fabiola e Lucia come uno schiaffo violento e le riempie di interrogativi. La goffaggine di entrambe, la responsabilità a giorni alterni verso un bimbo pur esigente e alla ricerca di affetto, provoca l’allontanamento del bimbo e la presa in carico dello stesso da parte dei servizi sociali.

Lucia e Fabiola si avvicinano naturalmente, e si uniscono per riottenere Paolo Jr.

Il profilo che la Buy crea è esilarante (i discorsi con gli animali ne sono un esempio), la fisicità tutta espressiva e prorompente della Gerini è a un passo dalla caricatura, perciò perfetta; a chiudere il cerchio delle interpretazioni vi sono un avvocato gentile e intimorito come solo la mimica di Paolo Calabrese sa generare e lo sdolcinato napoletano (come non ricordare il cantante neomelodico di Song’e Napule del 2013?) di Giampaolo Morelli (presunto fidanzato di Lucia).

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Nella famiglia risiede la cura non la biologia” chiosa alla fine la giudice del tribunale dei minori….a volerci ricordare che è tempo, finalmente, di dare dignità a famiglie allargate, nelle quali c’è posto per amare e crescere qualsivoglia creatura.